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Con questo nome si indicano gli appartenenti alla comunità etnica e religiosa che trae le sue origini da alcune tribù semitiche nomadi stanziate nell'area del Mediterraneo orientale prima del 1300 a.C., e insediatesi poi nella "terra di Canaan", ovvero l'antica Palestina. Qui, rafforzando il loro legame fondato sul culto monoteistico di Jahve, costituirono verso il 1020 a.C. un organismo politico unitario retto da un re. Se come "ebrei", termine derivato dal nome di Eber, indicato dalla Bibbia (Genesi, 10:21) come uno dei discendenti di Sem, si identificavano gli stessi appartenenti a questo popolo nella fase più antica della loro storia, di origine remota è anche il nome "Israele": dapprima esso fu proprio del patriarca Giacobbe (Genesi 39:29), poi venne esteso a tutto il popolo considerato sua discendenza (Genesi 32:33). Seguendo i testi biblici, che esaltano Jahve come "Dio di Israele" e dei "figli di Israele" (Esodo, 1:7), riferendosi soprattutto al periodo compreso fra la conquista della terra di Canaan e la caduta, nel 721 a.C., dell'omonimo Regno di Israele per mano di Sargon II, re degli assiri dal 722 al 705, la lingua italiana indica gli ebrei anche come "israeliti". Fin dall'epoca della cattività babilonese, tuttavia, il termine "ebrei", come pure le denominazioni derivate dalla parola "Israele", furono sostituiti con l'ebraico yehudhi, originariamente indicante i membri della tribù di Giuda e successivamente tutto il popolo. I romani denominarono Judaea la Palestina e judaei i suoi abitanti, identificati come depositari di una tradizione religiosa: da judaei derivano, oltre all'italiano "giudei", poco utilizzato dalla lingua comune, i termini impiegati dalle principali lingue europee per indicare gli ebrei: in inglese jews, in francese juifs e in tedesco juden. Occorre comunque precisare che il termine "giudei" sopravvive in italiano soprattutto con un'accezione religiosa che esprime un riferimento esplicito, anche nelle traduzioni dei testi del Nuovo Testamento, agli ebrei avversari dell'ebreo Cristo e, in misura ancora maggiore, agli ebrei che, rivendicando la fedeltà ai principi della loro tradizione religiosa, furono identificati come oppositori dalla stessa componente ebraica della prima comunità cristiana.L'ideale religioso, infatti, pur abbandonato dal XIX secolo da un numero non trascurabile di israeliti, ha costituito il motivo fondamentale per l'identità e l'unità degli ebrei della diaspora, dispersi nei diversi paesi, dall'Europa allo stesso Medio Oriente fino agli Stati Uniti, dal 135 d.C., anno del fallimento dell'ultima rivolta antiromana, fino alla fondazione, nel 1948, dello stato di Israele. Stabilendo un criterio univoco per identificare gli eredi di questa millenaria tradizione, etnica e religiosa insieme, il parlamento israeliano ha definito per legge, nel 1970, come ebreo chiunque sia nato da madre ebrea. Nel mondo vivono circa 14 milioni di ebrei, di cui il 40% in Israele, il 40% in USA ed il resto in altri paesi. In Italia vi sono circa 30 mila ebrei. Gli ebrei sono chiamati anche "Il popolo del Libro" perché danno estrema importanza a quello che c'e' scritto nella Torah. Da millenni studiano, interpretano e tramandano ai propri figli la Torah, intesa come la Legge. La storia La ricostruzione della storia più antica degli ebrei nel quadro delle migrazioni dei popoli del Vicino Oriente fra il III e il II millennio a.C. appare oltremodo difficile. Gli studiosi fin dal XIX secolo hanno tentato di reinterpretare, specialmente sulla base dei dati archeologici, i contenuti della tradizione biblica, e soprattutto il materiale relativo all'epoca dei cosiddetti patriarchi, confluito nel libro della Genesi intorno al VI secolo a.C., epoca della sua redazione definitiva, assieme agli altri quattro libri della prima e fondamentale sezione della Bibbia: Esodo, Levitico, Numeri, Deuteronomio. Se, infatti, la storia ebraica può essere ricostruita su fondamenti sufficientemente attendibili soltanto a partire dall'epoca monarchica, la tradizione religiosa degli ebrei, invece, attribuisce un'importanza centrale proprio alle vicende che precedettero questa fase più propriamente storica nel senso moderno del termine. La tradizione biblica identifica dunque gli antenati degli ebrei con i nomadi aramei della Mesopotamia meridionale che si erano stabilite nella regione di Canaan (l'odierna Palestina) e furono riunite in un unico regno da Davide e da Salomone, con capitale Gerusalemme. Alla morte di Salomone si formarono due regni: il regno d'Israele al nord con capitale Samaria e il regno di Giuda al sud con capitale Gerusalemme. Israele conservò la propria autonomia fino al 586 a.C. quando la città fu conquistata dal babilonese Nabucodonosor e il re e la classe dirigente furono deportati a Babilonia. Grazie all'editto emanato nel 538 a.C. da Ciro, re dei Persiani, una parte degli esiliati in Babilonia decise di ritornare in Giudea: nel 515 a.C. fu inaugurato il Tempio ricostruito e riorganizzato il culto. All'interno della società ebraica la classe sacerdotale svolse quella funzione di guida che nell'età precedente era stata svolta dalla monarchia. Quando Alessandro Magno conquistò il Vicino Oriente, la Giudea passò prima sotto il dominio dei Tolomei d'Egitto e poi sotto quello dei Seleucidi di Siria. Nel 142 a.C., in seguito alla rivolta di gruppi ebraici guidati dai Maccabei, la Giudea riconquistò l'autonomia politica. Con Erode la regione diventò una provincia romana e prese il nome di Palestina.Nei secoli I-VII in Palestina, prima sotto la dominazione romana e poi sotto quella bizantina, e in Babilonia, con i Persiani, gli ebrei sistemarono il loro patrimonio religioso tradizionale: la "Legge scritta" nella Bibbia e la "Legge orale" nel Talmud.Dal secolo VIII in poi, in seguito all'avvento dell'islamismo, conobbero un particolare sviluppo le comunità ebraiche del Vicino Oriente; gli ebrei si diffusero anche in Italia, Francia e Germania.Proprio in questo periodo visse il più grande filosofo ebraico di tutti i tempi: Mosè Maimonide. Nato a Cordoba nel 1135, l'opera di Maimonide, Rabbi Mosè Ben Maimon (conosciuto in ebraico con l'acronimo Rambam) è, per la vita quotidiana di qualsiasi ebreo, da circa 800 anni, più importante delle stesse Sacre scritture. Fu infatti Maimonide a scrivere il Commentario alla Mishna, e un anno dopo Mishne Torah. Testi, in cui, stabilisce il Taryag mitzvoth: le 613 regole, 248 positive e 365 negative a cui un ebreo osservante è obbligato attenersi. In quell'opera Maimonide codifica l'intero corpus dell'ebraismo in un modo comprensibile per chiunque sappia leggere e scrivere (e quindi per tutti gli ebrei maschi). Senza quell'opera la sopravvivenza dell'ebraismo nella Diaspora sarebbe stata impossibile. Più importante di tutto: Maimonide stabilisce che Dio è un'entità non corporea, e che quindi ogni riferimento a Dio in sembianze umane contenuto nella Bibbia è solo una "metafora, per rendere la Scrittura comprensibile agli umani". Maimonide per altro non appartiene solo agli ebrei. Filosofo che cerca di conciliare la fede con la ragione, la sua opera è radicata nel pensiero arabo e islamico dell'epoca e per molti versi, nella struttura, ricalca gli "hadith" (libri che trattavano la tradizione orale) dei filosofi musulmani. Infine, Maimonide non era solo filosofo; era anche medico alla Corte di Alfadhel, il gran visir di Saladino.Nell'età moderna avvennero tre fattori decisivi.1. Espulsi dall'Inghilterra nel 1290 per iniziativa del re Edoardo I e dalla Francia per decreto emanato dal re Carlo VI nel 1394, gli ebrei di Spagna furono costretti a convertirsi in massa al cristianesimo, e ben presto l'Inquisizione spagnola, istituita nel 1478, si impegnò a scovare quegli israeliti bollati come marranos (in spagnolo "porci") perché accusati di continuare a professare segretamente la propria religione nonostante l'accettazione formale della fede cristiana. Espulsi anche dalla Spagna nel 1492 e dal Portogallo nel 1497, gli ebrei trovarono rifugio, oltre che in Olanda e a Costantinopoli, nell'Europa orientale, soprattutto in Polonia, dove il loro numero ammontava nel 1648 a circa 500.000 individui. Qui essi vissero raccolti in comunità che godettero di una certa autonomia culturale e religiosa prima di divenire oggetto, fra il 1648 e il 1658, della violenta persecuzione scatenata dai seguaci del leader dei cosacchi ucraini.2. In quegli stati i contatti con il mondo non ebraico furono ridotti, se non eliminati. Gli ebrei furono rinchiusi nei ghetti o costretti a vivere solo nelle "zone di residenza".3. I contatti fra ebrei e non ebrei furono limitati, se non annullati. Il giudaismo si rinchiuse nello studio dei propri testi giuridici, rituali e mistici.In Germania in ben poche città sopravvissero comunità ebraiche. Al loro posto c'erano gruppi dispersi che, grazie a un invito del consiglio della città o di un principe locale, usufruivano di permessi di soggiorno. Ma solo pochi riuscirono a diventare "Ebrei di corte" e a godere di un certo benessere. A loro i principi affidarono gli affari dello stato affinchè si occupassero delle finanze, amministrassero i monopoli, fornissero prestiti e sviluppassero nuove industrie. Il ruolo svolto dagli ebrei nella vita economica della Germania era così rilevante che il dissidio fra gli elementi proebraici e antiebraici di tutta la nazione raggiunse proporzioni pubbliche senza precedenti in Europa.L'epoca moderna Ritornati in Inghilterra dopo il 1650, all'epoca di Oliver Cromwell, e incoraggiati a insediarsi nelle colonie americane, gli ebrei furono riammessi anche in Francia nel 1791. Con la proclamazione dei principi di libertà, uguaglianza e fraternità, gli ebrei furono progressivamente strappati dal loro isolamento religioso, culturale, civile e politico per essere ammessi nel corso della civiltà contemporanea. La storia ebraica di questi ultimi due secoli è animata dal duplice tentativo di inserirsi a pieno titolo nella società e nello stesso tempo di conservare la propria identità. Il compito non è stato e nonè tuttora facile perché all'appuntamento con la rivoluzione francese gli ebrei arrivarono impreparati. Alla fine del XVIII secolo l'ebreo del ghetto mostrava un grave ritardo rispetto alle posizioni più avanzate della cultura contemporanea. La nuova politica di repressione, favorita dalla Restaurazione dopo il 1815, non bloccò comunque il processo di integrazione degli ebrei nella vita sociale dei paesi dell'Europa occidentale, e intorno al 1860 la loro cosiddetta "emancipazione" poteva dirsi fatto compiuto. L'Europa orientale conobbe invece un'epoca di inasprimento delle persecuzioni antiebraiche soprattutto dopo l'annessione alla Russia, fra il 1772 e il 1796, delle regioni orientali della Polonia; il regime zarista favorì direttamente i pogrom, periodici massacri di ebrei, la cui presenza era considerata una fonte di diffusione degli ideali liberali nel contesto ancora semifeudale dell'impero russo della fine del XIX secolo. Per sottrarsi alle persecuzioni, scatenate fino alla rivoluzione comunista del 1917, circa due milioni di israeliti viventi nei territori posti sotto il controllo russo emigrarono negli Stati Uniti fra il 1890 e la fine della prima guerra mondiale, unendosi alle comunità già presenti in quel paese fin dal 1654, anno dell'immigrazione di un gruppo di marranos brasiliani, a cui fece seguito l'insediamento, dal 1780, e, in misura maggiore, dal 1815, di ebrei europei e soprattutto, dopo il 1848, tedeschi. Nel 1924, pertanto, la popolazione statunitense di origine ebraica ammontava, quando furono imposti limiti al flusso migratorio, a circa tre milioni di unità. L'emancipazione ormai raggiunta in Europa occidentale spinse gli ebrei a superare il loro isolamento integrandosi nella vita sociale e politica dei paesi in cui si trovavano, e il XIX secolo conobbe così, accanto a figure come quella di Moses Mendelssohn, traduttore della Bibbia in tedesco e fondatore di un ebraismo che sarà detto "riformato" a motivo dell'atteggiamento di apertura verso le istanze della cultura moderna, personaggi quali il poeta tedesco Heinrich Heine, ebreo convertito al cristianesimo, e lo statista inglese Benjamin Disraeli, figlio di un ebreo convertito. Se Karl Marx e Sigmund Freud erano ebrei apparentemente lontani dalla cultura dei padri, come anche Albert Einstein e il pittore Camille Pissarro, i decenni a cavallo fra il XIX e il XX secolo saranno caratterizzati dall'attività di alcuni movimenti che, prendendo le mosse dalle istanze di rinascita culturale tipiche della Haskalah, o "illuminismo ebraico", inviteranno le comunità israelitiche a riscoprire, anche al di fuori della dimensione religiosa, la propria identità tradizionale e la propria storia, promovendo il ritorno all'uso dell'ebraico come lingua parlata. Quest'epoca di intensa attività intellettuale sarà caratterizzata dal sorgere di una nuova forma di ostilità nei confronti della popolazione di origine ebraica, il cosiddetto antisemitismo, termine utilizzato per definire l'atteggiamento proprio dei diversi movimenti di pensiero inclini a individuare gli ebrei, indipendentemente dal loro orientamento in materia politica e religiosa, come componente razziale da considerarsi comunque non appartenente al novero dei popoli europei. Il diffondersi di posizioni di questo genere in Francia condizionò sicuramente la vicenda nota come affare Dreyfus, dal nome dell'ufficiale ebreo ingiustamente condannato per tradimento al termine di un celebre processo, che ebbe fra i suoi spettatori più attenti l'ebreo austriaco Theodor Herzl. Quest'ultimo, nel 1896, fondò il movimento del sionismo, per dare voce agli israeliti decisi a rivendicare la creazione di uno stato ebraico indipendente come unica soluzione al problema dell'antisemitismo e di ogni forma di intolleranza. Le speranze del sionismo si realizzeranno compiutamente soltanto nel 1948, con la creazione dello stato d'Israele dopo le tragiche vicende dell'Olocausto (in ebraico shoah), lo sterminio degli ebrei perpetrato dai nazisti negli anni della seconda guerra mondiale.Cause della persecuzione degli ebrei tedeschi durante il nazismo Come conseguenza delle idee nazionaliste e razziste proclamate da Hitler nel Mein Kampf (1925), il regime nazista, sin dall'inizio, adottò misure di discriminazione sistematica contro gli ebrei, formalizzate in seguito nelle leggi di Norimberga (5 settembre 1935). Una prima legge, quella sui "cittadini del Reich", privava gli ebrei della cittadinanza e quindi dei diritti politici (diritto al voto, partecipazione alla vita politica), garantiti solo ai "cittadini del Reich"; una seconda legge, intesa a "tutelare il sangue e l'onore tedesco" vietava matrimoni e rapporti sessuali tra ebrei e tedeschi. Secondo l'ideologia antisemita e razzista del regime, ebreo era chiunque risultasse avere tre o quattro nonni osservanti della religione ebraica, indipendentemente dalla sua effettiva partecipazione alla vita della comunità ebraica; mezzo-ebreo era chi aveva due nonni osservanti o era sposato con un ebreo; chi aveva un solo nonno ebreo veniva designato come mischlinge (meticcio). Sia gli ebrei sia i mischlinge erano non-ariani e come tali soggetti a leggi e direttive discriminatorie. Per l'ideologia nazista gli ebrei costituivano una razza inferiore che, in quanto tale, doveva essere eliminata. In realtà le cause furono molteplici e vanno ricercate un po' dovunque: nell'odio religioso come nell'ostilità verso lo straniero e nei conflitti economici come nella volontà di distruzione dei valori tradizionali. L'ideologia nazista diventò la summa di tutti i comportamenti intolleranti e discriminatori che la società aveva tenuto verso gli ebrei nel corso dei secoli. L'antisemitismo -l'atteggiamento ostile verso gli ebrei- che nell'antichità e nel Medioevo si basava su stati d'animo, su pregiudizi e su motivi teologici, trovò la sua giustificazione pseudo-scientifica negli ultimi vent'anni del secolo scorso. L'antigiudasmo è strettamente collegato alla diaspora e al rifiuto di adeguarsi al sistema di vita della maggioranza. L'attaccamento alla propria diversità hanno salvaguardato la separazione degli ebrei dagli altri popoli, ma nello stesso tempo li hanno esposti alla diffidenza e all'ostilità dei non ebrei. A questi motivi do natura etnica e religiosa se ne sovrapposero altri di ordine politico e finanziario. Gli ebrei, una volta conseguita l'emancipazione, spesso parteciparono molto attivamente ai movimenti rivoluzionari. Talora, quando i governi rivoluzionari volevano colpire il liberalismo e l'industrialismo, non avevano altro da fare che etichettare questi fenomeni come "ebraici". Inoltre, gli ebrei, molti dei quali occupavano posizioni elevate nell'alta finanza, erano accusati di essere la causa delle difficoltà economiche e delle tensioni sociali che trvagliavano le nazioni. L'"arianizzazione" dell'economia Dal 1933 al 1939 Partito nazista, enti governativi, banche e imprese misero in atto un'azione comune volta a emarginare gli ebrei dalla vita economica del paese. I non-ariani vennero licenziati dalla pubblica amministrazione; gli avvocati e i medici ebrei persero i clienti ariani; le ditte di proprietà ebraica furono liquidate o acquisite da non-ebrei a un prezzo molto inferiore al valore reale; i ricavi ottenuti dal trasferimento delle imprese dagli ebrei ai nuovi proprietari (la cosiddetta "arianizzazione" dell'economia) furono assoggettati a speciali tasse di proprietà; gli ebrei impiegati in ditte liquidate o arianizzate persero il lavoro.La notte dei cristalli Obiettivo dichiarato del regime nazista prima della seconda guerra mondiale era spingere gli ebrei all'emigrazione. Nella notte dell'8 novembre 1938, come rappresaglia all'assassinio a Parigi di un diplomatico tedesco da parte di un giovane ebreo, in Germania furono incendiate tutte le sinagoghe, infrante le vetrine dei negozi di proprietà ebraica e arrestate migliaia di ebrei. La cosiddetta notte dei cristalli convinse molti ebrei tedeschi e austriaci ad abbandonare il paese senza ulteriori indugi; centinaia di migliaia di persone trovarono rifugio all'estero, ma altrettante si videro costrette o scelsero di rimanere. In Italia Nel 1938 anche il governo italiano decise la campagna antisemita: gli ebrei adulti furono cacciati dal lavoro, gli ebrei ragazzi e bambini furono cacciati dalle scuole. La discriminazione colpì ogni aspetto della vita quotidiana di cui scrisse una drammatica testimonianza Primo Levi nell'opera "Se questo è un uomo". Non ha molta importanza se vi siano stati incitamenti tedeschi a Mussolini; in ogni modo la decisione mostra fino a che punto il modello nazista aveva permeato la politica italiana. In confronto ai nazisti, che uccidevano scientificamente gli ebrei, i razzisti italiani si limitavano a togliere loro le possibilità materiali di lavoro e di formazione; anche se più tardi i fascisti della Repubblica Sociale Italiana avrebbero dato la caccia agli ebrei per farli uccidere dai tedeschi. Ma il modello era quello. Da noi gli ebrei erano come tutti gli altri italiani: c'erano dei fascisti più o meno accesi, degli indifferenti, degli antifascisti più o meno impegnati. Perché quel tanto di antisemitismo popolare che c'era stato in Italia era cattolico, non biologico. L'occupazione della Polonia Allo scoppio della seconda guerra mondiale (settembre 1939) l'esercito tedesco occupò la Polonia occidentale, che contava tra gli abitanti due milioni di ebrei, i quali vennero sottoposti a restrizioni ancor più severe di quelle vigenti in Germania. Furono infatti costretti a trasferirsi in ghetti circondati da mura e filo spinato; ogni ghetto aveva il proprio consiglio ebraico cui era demandata la responsabilità degli alloggi (sovraffollati, con sei-sette persone per stanza), della sanità e della produzione. Quanto era prodotto al loro interno veniva scambiato con forniture di carbone e cibo (perlopiù grano e verdure) in quantità sufficiente a raggiungere la razione ufficialmente stabilita di 1200 calorie a persona. L'invasione dell'Unione Sovietica Nel giugno del 1941, nelle immediate retrovie delle armate tedesche impegnate nell'invasione dell'Unione Sovietica, l'Ufficio centrale di sicurezza del Reich inviò 3000 uomini organizzati in corpi speciali con il compito di individuare ed eliminare sul posto la popolazione ebraica dei territori occupati. Questi Einsatzgruppen (squadre d'azione) compirono veri e propri massacri nelle periferie delle città; la notizia si diffuse immediatamente in molte capitali del mondo, ma fu rapidamente rimossa e non provocò alcuna iniziativa da parte dei governi democratici.La "soluzione finale" A un mese dall'inizio delle operazioni in Unione Sovietica, il numero due del Reich, Hermann Göring, inviò una direttiva al capo dei servizi di sicurezza, Reinhard Heydrich, incaricandolo di organizzare una "soluzione finale" della questione ebraica in tutta l'Europa controllata dalla Germania. A partire dal settembre 1941 gli ebrei tedeschi furono costretti a indossare fasce recanti una stella gialla; nei mesi seguenti decine di migliaia di ebrei furono deportate nei ghetti in Polonia e nelle città sovietiche occupate. Si realizzarono i primi campi di concentramento (lager), strutture concepite appositamente per eliminare le vittime deportate dai ghetti vicini (300.000 dal solo ghetto di Varsavia). Bambini, vecchi e tutti gli inabili al lavoro venivano condotti direttamente nelle camere a gas; gli altri invece erano sfruttati per un certo periodo in officine private o interne ai campi e poi eliminati. Il maggior numero di deportazioni ebbe luogo nell'estate-autunno del 1942. Anche in questo caso, voci riguardo a stermini di massa giunsero agli ambienti ebraici all'estero e ai governi di Stati Uniti e Gran Bretagna. I casi di resistenza alle deportazioni furono rarissimi. Nell'aprile del 1943 gli ultimi 65.000 ebrei di Varsavia tentarono di opporsi alla polizia, entrata nel ghetto per la retata finale, ma vennero massacrati nel corso degli scontri, protrattisi per tre settimane.Le deportazioni In tutta Europa le deportazioni crearono problemi di ordine politico, amministrativo e logistico. Nella stessa Germania sorsero accese discussioni sulla sorte dei mischlinge, che furono infine risparmiati. In Slovacchia e in Croazia vennero condotti veri e propri negoziati diplomatici riguardo alle deportazioni, mentre il governo collaborazionista francese di Vichy emanò direttive antisemite ancor prima che vi fosse una richiesta tedesca in tal senso. In Italia il governo fascista, che pure aveva spontaneamente introdotto leggi "a difesa della razza", rifiutò di collaborare con l'alleato nazista in questo campo, sino all'occupazione del settembre 1943; analoga riluttanza mostrarono il governo ungherese e quello rumeno, sino a quando ebbero un margine di autonomia (1944). Nella Danimarca occupata, cittadini di ogni estrazione sociale si impegnarono per mettere in salvo i concittadini ebrei, imbarcandoli verso la neutrale Svezia e sottraendoli così alla morte. I beni dei deportati (conti bancari, proprietà immobiliari, mobili, oggetti personali) vennero sistematicamente confiscati dal governo tedesco. I campi della morte Il trasporto delle vittime nei campi di sterminio avveniva generalmente in treno. I treni, viaggiavano lentamente verso la destinazione e molti deportati morivano lungo il tragitto. Le destinazioni più tristemente famose, fra le tante, furono Buchenwald, Dachau, Bergen-Belsen, Flossenburg (in Germania), Mauthausen (in Austria), Treblinka, Birkenau, Auschwitz (in Polonia). Quest'ultimo era il più grande tra i campi di sterminio; vi trovò la morte oltre un milione di ebrei, molti dei quali furono prima usati come cavie umane in esperimenti di ogni tipo. Per una rapida eliminazione dei corpi, nel campo vennero costruiti grandi forni crematori. Reazione all'olocausto Al termine della guerra, nell'olocausto avevano trovato la morte milioni di ebrei, slavi, zingari, omosessuali, testimoni di Geova e comunisti; tra gli ebrei le vittime ammontarono a più di sei milioni. Ma quale fu l'atteggiamento della grande maggioranza degli italiani, dei non ebrei, rispetto alla degradazione e agli immensi sacrifici morali e materiali imposti a una loro minoranza, a gente che fino al giorno prima era vissuta in mezzo a loro, come loro, senza gerarchie di valori? Il dato più evidente è stato l'indifferenza. Non vi fu protesta, almeno pubblica e operante, da parte della Chiesa. Non vi fu protesta visibile da parte degli intellettuali, neanche da quelli che di lì a pochi anni avrebbero brillato come campioni di democrazia. Quel silenzio è pesante per l'antifascismo intellettuale del secondo dopoguerra. La Chiesa condannava il razzismo in linea di principio ma né il clero né gli ordini religiosi e neppure l'associazionismo cattolico mossero alcunchè. L'opinione in generale è rimasta inerte fino al 1943. Alla base dell'indifferenza di quegli anni c'era forse l'idea che tutto sommato si trattava di piccole cose in confronto alla tragedia degli ebrei dell'Europa centrale. Ma la colpa degli intellettuali, laici o religiosi, comunisti o democratici, è stata appunto quella di non aver capito che i mali grandi e irrimediabili dipendono dall'indulgenza verso i mali ancora piccoli e rimediabili. L'antisemitismo nel dopoguerra La Chiesa cattolica ha condannato l'antisemitismo e ha cercato di rimuoverne le basi religiose: nel Concilio Vaticano II (1962-1965) infatti fu ufficialmente negata la responsabilità degli ebrei nella morte di Cristo e fu duramente condannato il regime nazista. Recentemente la Chiesa cattolica ha compiuto anche altri passi nel riconoscimento delle proprie responsabilità nella diffusione del pregiudizio antisemita. Nonostante l'universale sdegno suscitato nell'opinione pubblica dai crimini nazisti, dal dopoguerra a oggi si sono verificati ancora in diversi paesi europei atti di violenza e di ostilità nei confronti degli ebrei, fra cui tristemente comune è la profanazione dei cimiteri ebraici. Dalla fine degli anni Sessanta in poi, gruppi neonazisti hanno continuato a fare propaganda antisemita in Europa e negli Stati Uniti d'America. Anche in America latina, rifugio di molti nazisti fuggiti alla fine della guerra, si sono verificati episodi antisemiti, ad esempio dopo la cattura del criminale nazista Adolf Eichmann, avvenuta in Argentina nel 1960 da parte dei servizi segreti israeliani. A dispetto dell'enorme patrimonio storiografico, letterario e di testimonianze sul dramma provocato dall'antisemitismo, questo è ancora lontano dall'essere debellato. Ma chi sono gli antisemiti ?(Wlodek Goldkorn). Il settimanale tedesco "Die Woche" pubblica i risultati di un sondaggio di oggi che permette di capire i razzismi di ieri. Stando ai criteri adottati dagli autori, il 20 per cento dei tedeschi nutre "latenti" sentimenti di ostilità nei confronti degli ebrei. Scomponendo però i risultati, viene fuori che tra coloro che hanno meno di 50 anni - e quindi sono nati dopo la caduta del nazismo - la percentuale degli antisemiti, sempre "latenti", scende sotto il 10 per cento. Insomma, la democrazia, la società aperta, il pluralismo (che i tedeschi occidentali hanno vissuto a partire dal 1945) sono le migliori armi per debellare la piaga dell'antisemitismo. Trova così conferma una tesi, spesso contestata, di uno dei comandanti dell'insurrezione nel ghetto di Varsavia, Marek Edelman, secondo cui l'antisemitismo (a differenza del pregiudizio, che è un'altra cosa) è sempre e soprattutto un'arma politica in mano a regimi e movimenti autoritari e totalitari, che se ne servono per suscitare l'odio nei confronti dei presunti diversi. E' su quest'odio, facilmente indotto (grazie al pregiudizio), che si basa il consenso. Ulteriore prova di questa tesi la fornisce un libro di recente uscita: Giorgio Fabre ("L'Elenco, Censura fascista, editoria e autori ebrei"). Fabre, vi ripercorre le vicende della censura fascista e quelle della compilazione di uno speciale elenco di autori ebrei i cui libri dovevano essere tutti proibiti per "motivi razziali". Ne risulta, tra le altre cose, quanto l'antisemitismo sia cresciuto man mano con l'inasprimento di tutte le altre misure repressive del regime fascista, e quanto sia naturale per un regime autoritario essere razzista. Ma si capisce anche come l'adesione all'antisemitismo sia stata dovuta, per lo più, al bieco opportunismo e non alla intima convinzione. Esemplare da questo punto di vista, il caso di Giuseppe Bottai, ministro dell'Educazione nazionale. Bottai non era un antisemita nell'animo, ma impose nell'ambito delle sue prerogative una politica anti-ebraica estremamente drastica, per calcoli puramente politici: per dimostrare a Mussolini che il suo dicastero era ancora più ligio agli ordini del Duce di quello concorrente, della Cultura Popolare. Gli editori addirittura sono stati complici attivi della politica antisemita. Solo per opportunismo. Ma Freedman si ostina a dire che oggi non è così. E ricorda che negli Usa ci sono ben 34 deputati ebrei al Congresso, che le discriminazioni che impedivano l'accesso degli ebrei ad alcune università, club, ditte, sono cessati. E che il fatto che più della metà degli ebrei sposi partner non ebrei è un altro indice dell'integrazione in seno alla società americana. Insomma, sostiene, era "bello avere i non ebrei come nemici. C'è la nostalgia di questi tempi". Non una nostalgia masochistica, ma dell'unità in seno alla comunità, infranta dalla secolarizzazione, dal raggiunto benessere e status sociale, ma anche dalle divergenti scelte politiche.Durante gli anni Novanta nell'Europa occidentale, in quella orientale seguita alla dissoluzione del sistema comunista, negli Stati Uniti, c'è stato un forte ritorno del pregiudizio antisemita, testimoniato dalla rinascita e dal successo elettorale di partiti dichiaratamente o velatamente neonazisti e razzisti e dalla diffusi
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